
L’agricoltura e l’uso del suolo rappresentano oggi una sfida cruciale per la sostenibilità globale, poiché sono responsabili di circa il 23% delle emissioni totali di gas serra. Nonostante questo impatto significativo, il settore primario possiede una caratteristica unica che lo distingue dagli altri comparti industriali: la capacità intrinseca di trasformarsi da fonte di emissioni in una soluzione attiva per contrastare il cambiamento climatico attraverso il sequestro del carbonio. In questo scenario si inserisce il concetto di carbon farming, un insieme di pratiche agricole e forestali progettate per potenziare l’assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera e il suo stoccaggio nel suolo e nella biomassa. L’Unione europea ha recentemente compiuto un passo decisivo in questa direzione con l’adozione del Regolamento 2024/3012, che definisce un quadro di certificazione volontario per i cosiddetti carbon removals, puntando a standardizzare e incentivare tali attività su scala comunitaria.
Il nuovo sistema europeo mira a superare la frammentazione dei mercati nazionali, garantendo criteri di qualità rigorosi basati sulla quantificazione precisa degli assorbimenti e sull’addizionalità delle pratiche. Quest’ultimo punto è fondamentale, poiché la certificazione può essere ottenuta solo per interventi che superano la prassi comune in una determinata regione, garantendo che i crediti generati rappresentino un reale beneficio climatico aggiuntivo. Tra le attività considerate rientrano il ripristino delle torbiere, la riforestazione sostenibile, l’agroforestazione e l’uso di colture di copertura come le cover crops. Queste pratiche, tra l’altro, non solo contribuiscono al sequestro di carbonio, ma apportano anche benefici ecosistemici trasversali, come il contrasto all’erosione del suolo e l’aumento della biodiversità locale.

In Italia il percorso verso la piena operatività di un mercato nazionale dei crediti di carbonio è già avviato grazie all’istituzione del Registro nazionale presso il CREA. Mentre il settore forestale dispone già di linee guida formalizzate e di criteri di certificazione definiti, il settore agricolo, in particolare quello dei suoli, è ancora in una fase di transizione e attende la piena implementazione tecnica. Tuttavia, molte aziende italiane stanno già sperimentando progetti di neutralità carbonica attraverso standard internazionali privati consolidati, dimostrando la vitalità del mercato volontario, in cui un credito di carbonio corrisponde convenzionalmente a una tonnellata di CO2 equivalente non emessa o assorbita.
Un’importante sinergia si sta delineando tra il futuro quadro europeo e programmi nazionali già esistenti, come il programma VIVA del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. VIVA utilizza già metodologie riconosciute per misurare l’impronta di carbonio del prodotto e dell’organizzazione, fornendo una base di dati robusta che può fungere da punto di partenza per progetti rivolti alla neutralità carbonica. Gli indicatori di gestione del suolo già presenti in VIVA, che valutano la sostanza organica e la fertilità, sono coerenti con le logiche di monitoraggio, rendicontazione e verifica richieste dai nuovi regolamenti. Questa convergenza facilita l’adozione di un approccio gerarchico virtuoso, in cui la compensazione delle emissioni tramite crediti di carbonio avviene solo dopo che l’azienda ha attuato tutte le possibili strategie per ridurre il proprio impatto.
Attraverso questi strumenti normativi e tecnici, l’agricoltore non è più soltanto un produttore di cibo, ma diventa un attore centrale nella gestione dei servizi ecosistemici, contribuendo attivamente alla neutralità climatica europea prevista per il 2050.
photo courtesy: Fattoria Le Pupille