
La biodiversità non è solo una questione di numero di specie è lo scheletro funzionale e strutturale del funzionamento della nostra azienda e del nostro vigneto.
È la condizione che permette agli ecosistemi di continuare a produrre servizi nel tempo.
In questo senso, biodiversità e capitale naturale diventano elementi centrali della sostenibilità e da questi, attraverso i servizi ecosistemici, elementi del benessere umano.
One-Health è stato ampiamente definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un approccio alla progettazione e all’attuazione di programmi, politiche, legislazione e ricerca in cui più settori comunicano e collaborano per ottenere migliori risultati di salute pubblica. È un approccio interdisciplinare e intersettoriale che cerca di esaminare in modo olistico interconnessioni tra la salute umana e degli ecosistemi. Obiettivi: 30% territorio UE protetto, 10% superficie agricola con elementi ad alta diversità, Riduzione del 50% pesticidi, ripristino ecosistemi degradati. Ad essa si collegano altri strumenti normativi: Nature Restoration Law, Direttiva Habitat, Direttiva Uccelli, Rete Natura 2000.
Anche la Strategia Nazionale per la Biodiversità 2030 recepisce gli indirizzi europei e globali, ma introduce un elemento concettualmente fondamentale: il riconoscimento esplicito della biodiversità come capitale naturale non solo da tutelare ma di integrazione nelle politiche economiche e produttive. Passaggio epistemologico importante: la natura non è un vincolo esterno, ma un’infrastruttura ecologica del sistema economico e l’agricoltura non è considerata solo come potenziale pressione, ma come attore della soluzione.

Quindi, è vero che la biodiversità è l’insieme delle forme viventi presenti in uno spazio e in un tempo determinati ma per comprenderne la rilevanza nei sistemi agricoli e nelle politiche pubbliche, dobbiamo compiere un passaggio concettuale ulteriore che va molto oltre la misura e il monitoraggio floristico, faunistico e abiotico.
Non è la biodiversità in sé a generare valore, ma le funzioni ecologiche che essa rende possibili: flussi energetici, cicli dei nutrienti, interazioni trofiche, regolazioni biologiche.
Quando queste funzioni producono benefici misurabili per la società — come fertilità del suolo, sequestro di carbonio, controllo biologico — entriamo nel dominio dei servizi ecosistemici. Il concetto di capitale naturale nasce proprio per rendere operativa questa transizione: considerare la biodiversità che genera flussi di benefici nel tempo.
È questo passaggio che consente alla biodiversità di entrare nelle politiche agricole, nella PAC e nei sistemi di certificazione di sostenibilità.
Quindi se pensiamo di valutare la biodiversità ai fini della sostenibilità contando i lombrichi o le farfalle ci dobbiamo chiedere se la loro morte ne vale la pena. Partiamo dalla misura dei benefici attesi. Quantifichiamo tutti i servizi ecosistemici con un portfolio di valutazioni concettuali ed utilizziamo sistemi di misura oggettive – ad esempio analisi chimiche, fisiche e biologiche – solo dove i servizi ecosistemici sono carenti in modo da poter agire concretamente nel miglioramento attraverso buone pratiche agricole.
photo courtesy: Russiz Superiore