
Il vitigno è un elemento fondamentale del terroir, potremo definirlo il papà dei vini o la “pietra angolare” del sistema. Nel mondo circa il 94 % della superficie investita a vite è occupata da vitigni di V. vinifera, mentre il restante valore è a carico degli ibridi produttori, ottenuti da incroci controllati fatti da genetisti con l’obiettivo di ottenere una pianta resistente alle malattie fungine e in grado di dare uva e vini di qualità (la vite ideale). Si tratta di una idea affascinante sorta nella seconda metà del 1800, soprattutto in Europa, che si sostanziava nell’incrociare un vitigno di V. vinifera (portatore del carattere “qualità”) con specie americane (portatrici del carattere “resistenza”). I risultati non furono subito positivi, ma ora, dopo più di un secolo di tentativi si è arrivati a ottenere vitigni, “vinifera-simili”, parzialmente resistenti a oidio e peronospora e di buona qualità, denominati PIWI (acronimo che si basa sulla dizione tedesca); in questa categoria possiamo comprendere gli individui ottenuti dalla seconda metà del secolo scorso.
Nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite ne sono attualmente iscritti 36, i primi nel 2009 sono stati il Bronner e il Regent , alcuni di essi sono stati classificati in metà delle regioni italiane come vitigni in osservazione. Nel 1999 è nata l’associazione PIWI International e nel 2024 nasce PIWI Italia, segno di un interesse da parte del mondo produttivo alla tematica della sostenibilità.
Il paese che ne coltiva di più è la Germania (4.400 ha, il 4,3% della superficie totale), poi l’Italia (circa 3.600 ha, lo 0,5% della superficie totale) e la Francia (circa 2.600 ha, lo 0,3% della superficie totale). Considerando però anche i vecchi ibridi produttori, come ad esempio Isabella, Concord, Niagara, Seyval blanc, è il Brasile lo stato che ne coltiva di più (circa 41.000 ha, l’83% della superficie nazionale per uva da vino), a causa della forte pressione fungina nei vigneti. Guardando al futuro il dato più interessante è il numero di barbatelle di vitigni PIWI prodotte recentemente, che vede, in Italia, un incremento costante nel tempo, anche se con valori assoluti molto bassi (1,7% del totale prodotto nel 2025).
La legislazione europea, che in passato aveva limitato la coltivazione dei vitigni PIWI alla produzione di vini da tavola e IGP, li ha ammessi recentemente anche per i vini DOP. In Italia, manca però ancora un passaggio nella legislazione affinché questo avvenga mentre in Francia, in qualche denominazione, questo è possibile, a certe condizioni. Ad esempio, le AOC Côtes-du-Rhône e Côtes-du-Rhône Villages permettono l’uso di vitigni diversi da quelli dei disciplinari in vigore, definiti VIFA (Variétés d’Intérêt à Fin d’Adaptation), che sono il Carignan blanc e il Rolle (V. vinifera tradizionali) e i nuovi PIWI Floréal e Vidoc: la sola restrizione è che devono coprire non più del 5% della superficie e non più del 10% nel blend finale del vino; questa classificazione (VIFA) è limitata, per il momento, a 10 anni. Per diventare effettive nei disciplinari bisogna che queste nuove varietà VIFA “passino l’esame”, cioè dimostrino un buon comportamento sanitario, agronomico ed enologico.
Relativamente alle reti di valutazione agronomico ed enologica è in corso all’OIV la discussione su una proposta di risoluzione che ha proprio questo obiettivo. Il fenotipo, infatti, è il risultato dell’interazione tra genotipo e ambiente, per cui diventa fondamentale testare le nuove varietà in ambienti diversi, a livello mondiale, per molti anni, al fine di consegnare ai viticoltori un report affidabile, fatto da un organismo pubblico, relativo agli aspetti agronomico-enologici. I costitutori in effetti danno già la “carta di identità” per ciascun vitigno, ma quei dati sono relativi all’ambiente dove quella novità è stata ottenuta e testata; se le condizioni pedo-climatiche e colturali di un nuovo ambiente di coltivazione sono simili (anche se geograficamente diverse) si può fare pieno affidamento a quelle informazioni.
Il futuro ci prospetta ulteriori novità, ad esempio le viti resistenti ottenute dalle TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, come il genome editing); alcuni individui editati di Chardonnay, per la resistenza a peronospora, sono stati recentemente messi a dimora in campo e si tratta ora di vedere il comportamento agronomico, sperando che nel frattempo la legislazione europea dia il nulla osta per la loro coltivazione commerciale. La loro entrata nel circuito produttivo però richiederà molto tempo, almeno nella UE e bisognerà poi vincere il pregiudizio di molti consumatori sull’utilizzo di una pianta in qualche modo manipolata geneticamente che noi sappiamo però non essere un OGM nella accezione comune del termine.
Concludendo, l’utilizzo di questi nuovi vitigni PIWI è uno dei modi per praticare una viticoltura più sostenibile e l’interesse è testimoniato da vigneti commerciali presenti in tutto il mondo. Il sistema produttivo italiano valuterà se e come intraprendere questa strada in base alle proprie strategie commerciali. La ricerca diventa, a questo proposito, uno strumento fondamentale fornendo dati e informazioni sui vitigni PIWI sia a livello di mercato (consumatori, sistema distributivo) che agronomico/enologico.
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